Nei Melandri della coscienza
Il fatto che la corrente ci sia contraria in maniera devastante non ci deve far arrendere. Qua, se nessuno se n’era accorto prima, c’è un problema sociale che negli stadi fa vedere i suoi effetti ma le cui radici affondano altrove. Ma c’è anche una nazione che diventa sempre di più completamente incapace di leggere i fatti per quello che sono, e quindi incapace per definizione di intendere e volere.
La nuda cronaca. Una piccola rissa tra gli occupanti di due auto (quindi: non trasferte organizzate) litigano agli autogrill, alcuni sono laziali che vanno a Milano altri juventini (crediamo del centro Italia) che vanno a Parma. L’alterco, di proporzioni davvero minime (quasi nessuno infatti se ne accorge), è già finito, le auto in questione sono in movimento quando un proiettile trapassa il collo di Gabriele Sandri, gli devasta la carotide e lo uccide in pochi minuti. Ha sparato un agente della polizia stradale, questo è praticamente certo, ed è probabile che abbia sparato ad altezza d’uomo, comunque dall’altra parte della carreggiata dell’Autostrada del Sole. Gabriele Sandri, deejay del Piper Club (non certo lo stereotipo del perfetto hooligan), stava addirittura dormendo: d’altronde aveva finito di lavorare tre ore prima. Il proiettile ha preso lui, come poteva prendere in testa l’autista di un pullman che passava con cinquanta persone a bordo. Perché il proiettile ha attraversato un’autostrada, e peraltro una delle più trafficate d’Europa.
Questi sono i fatti nudi, lasciamo perdere il perché si sia tenuta l’Italia all’oscuro della notizia per tre ore, che si sia sparato a “rissa” finita e che la lite è stata tra poche persone, sicuramente meno di dieci, probabilmente la metà.
Certo, poi c’è stato il “casino” di Bergamo (bilancio della “ferocissima guerra” all’Azzurri d’Italia: un vetro rotto. Unico ferito: un anziano milanista con la testa spaccata da un manganello, ma nessuno ne ha parlato) e quello di Roma, piuttosto grave. C’è stata però soprattutto tanta rabbia, tanta indignazione, comunque composta, in gran parte delle curve d’Italia, Civitavecchia compresa.
Ebbene di fronte a ciò, facendo una “antologia” delle soluzioni poste dagli imbecilli salotti domenicali e da tante (va riconosciuto: non tutte) trasmissioni sportive, ne abbiamo sentite di tutti i colori. “Inasprimento delle pene” (Per chi? Per l’agente, viene da dire); “Tolleranza zero” (hanno sparato addosso a quattro o cinque persone che litigavano: non basta? Dovevano bombardare tutte le autostrade da Reggio Calabria a Milano?); la cazzata più cazzata di tutte: “Privatizziamo gli stadi” (Qua è bene dilungarci. Che significa, che se lo stadio è l’Olimpico i “balordi” fanno casino, se è di Lotito si accomodano seduti e offrono il thé agli ospiti? Che soluzione è? Diciamocelo ragazzi, ma chi cazzo vogliono prendere per il culo? Una persona muore e questi pensano i soldi, ecco la verità. Strumentalizzazione schifosa di un ragazzo assassinato. Da galera). “Contestato il reato di terrorismo” (devono averci sentito cantare “noi siamo gemellati con Saddam Hussein”). “Fermare il campionato” (quando lo dicono loro, s’intende. Se lo dicono i bergamaschi, sono i soliti teppisti). “Facciamo come in Inghilterra, che la violenza è sparita da anni” (se mi danno il loro indirizzo e-mail, gli mando il link di un paio – di migliaia – di recentissimi filmetti inglesi che girano su youtube).
Dulcis in fundo: vietare le trasferte. Annotiamo che non ci risulta che simile misura sia mai stata adottata al mondo per tutte le partite. In Italia, dove è stata adottata per singoli casi, ha funzionato per modo di dire, vedi Inter-Napoli dove sono sbucati dal nulla diecimila napoletani, giunti da tutte le parti d’Italia a San Siro. Quel giorno non è successa una strage solo, e proprio, per il senso di responsabilità mostrato dagli ultras della nord interista.
Ci chiediamo poi che fine faccia la libera circolazione dei cittadini: posso andare in Bulgaria senza che nessuno mi controlli il documento e non posso andare, io tifoso (che so) del Cagliari a Siena a vedermi una partita, pagando il biglietto? E come mi riconosci, dall’accento? Dalla statura? Ah, controllandomi il documento. Che genio che sei, steward, non ci avevo pensato. E se invece sono un tifoso juventino, abito a Civitavecchia e voglio vedermi Juventus-Lazio? Arrivo a Torino e non entro? E poi però entro tranquillamente a Lazio-Juventus, pur essendo juventino…
Giovanna Melandri, ministro della Repubblica. Se ti è rimasto un neurone in quella calotta cranica, dopo l’ultima nottata al Billionaire, chiedigli gentilmente di battere un colpo. Quando vai in televisione (ieri sera), dici banalità. Il vuoto cosmico. Niente. Accade perché non sai che pesci prendere, non sei preparata sull’argomento. Ecco, se qualcuno dei consiglieri, collaboratori, amici, confidenti del ministro o di chi per lei legge queste poche righe: non vi accanite contro il tifo organizzato. L’organizzazione di una trasferta resta l’ultimo argine di controllabilità dei tifosi, consente anche a voi, Stato, di organizzarvi e di fare in modo che non succeda una rissa su un autogrill a casaccio perché la gente per andare a vedere le partite non può prendere il treno, non può prendere il pullman, non può prendere un cazzo che non sia la propria auto. Facilitare le trasferte organizzate, legare la vendita del biglietto di una partita al possesso del titolo di viaggio di un mezzo pubblico per raggiungere la sede della trasferta è l’ultima possibilità che vi resta, per quanto anche questa ampiamente restrittiva delle libertà costituzionali, per evitare che un agente della Polstrada Luigi S. qualsiasi spari all’impazzata attraverso un’Autostrada di domenica mattina.
Un’ultima cosa. Prima di parlare, magari, fate in modo che almeno in questa occasione vi sia un po’ di giustizia. E’ proprio in mancanza di essa che le tensioni sociali proliferano.