E' molto di più
Un vecchio motto delle gradinate europee suona pressappoco così: “una partita di calcio non è una questione di vita o di morte. E’ molto di più”.
Civitavecchia-Cecchina ne è la riprova, come è la riprova della relatività del tempo. Senza scomodare Einstein, è scientificamente provabile quanto i 90 minuti di gioco effettivo siano dilatati rispetto a chi li vive dalla gradinata. Perché per noi non è stata Civitavecchia-Cecchina, ma la sfida di ciò che amiamo contro il destino. Non si può dare torto a chi dovesse dire che la vittoria di ieri è il frutto di due tempi giocati dai calciatori, né a chi estende il discorso e parla di coronamento di un campionato. Ma non dateci torto, ora che diremo che questa partita ha sancito la vittoria di chi crede nel Civitavecchia dopo una “partita” durata tre anni a girare campi infami, dall’Under 21 all’Eccellenza passando per la Seconda Categoria. O addirittura che è durata otto anni, da quando noi abbiamo lasciato il palcoscenico del campionato nazionale dilettanti sperando, in fondo al cuore, che la risalita sarebbe stata rapida, perché una piazza come la nostra non può stare così in basso.
Ecco perché raccontare una partita del genere è complicato, ed ecco perché di partite così si parla per anni: ci sono anni dietro quella partita, ci sono anni dopo di essa e quella partita ne fa parte. Il destino si costruisce così, cercando di migliorarlo giorno per giorno, e ogni tanto c’è la data fatidica che resta quella buona per la storia a racchiudere il significato di tante singole, oscure, polverose battaglie durate interminabili momenti.
Allora, quando è cominciata Civitavecchia-Cecchina? Quando quest’inverno abbiamo ordinato il materiale per la coreografia? Quando qualche settimana fa facevamo i conti sperando di poter festeggiare una “eventuale” vittoria del campionato a casa? Quando abbiamo iniziato a montare la coreografia in settimana? No, dai: troppo lunga. Raccontiamo solo la domenica, compreso però almeno il prima e il dopo la partita!
Alle 9 e mezzo ci accorgiamo che le aspettative sono tante, perché davanti ai cancelli ancora chiusi della gradinata di facce “di casa” ce n’è già parecchie. Nel chiuso di una stanza, comunque, la coreografia aveva già preso forma, mancavano solo alcuni dettagli, prontamente preparati sul posto. Così c’è un’ora e mezza da aspettare e la tensione viene consumata discettando di porchette e di porchetti, sacramentando per il vento e decidendo il primo coro da intonare all’ingresso delle squadre in campo. Ma le ugole si scaldano incitando i giocatori che ancora si allenano con le casacche. La gradinata va riempiendosi, è il momento di eseguire la coreografia ma nessuno sa come sia venuta. La carica comunque è tanta: passa un minuto ed è già frana, dopo la rete di Gagliardini. Non c’è un volto che non sorrida, la serie D è ad un passo. Troppo presto? Forse sì, forse no, certo il primo tempo va via con giocate dure in campo e con ragazzi sulle gradinate da spronare a cantare. A cavallo dell’intervallo le significative parentesi di carta: lo striscione per Matteo, ultras parmense, preparato dalla Bf a fine primo tempo e quello per Lady Veleno, confezionato da Old City, ad inizio secondo. Nella ripresa il sostegno raggiunge i massimi livelli, la gradinata sente la festa avvicinarsi e ritma il tempo che passa con battimani e goliardia. Poi però c’è il fischio dell’arbitro a zittirla, anche se solo per un attimo: l’arbitro decreta il rigore per il Cecchina. La rincorsa del giocatore ospite, il tiro sotto i fischi dello stadio, poi l’esplosione: Baroncini smanaccia e raccoglie il pallone, l’esultanza è più forte di un gol. Ancora due minuti e Brunetti serve De Luca per il raddoppio: bolgia. A questo punto chiediamo alla gradinata il “tutti in piedi”, i boati sono sempre più forti. Va via anche il coro del Boca, il recupero: è serie D. I ragazzi vengono tutti sotto di noi a festeggiare, ce lo meritiamo e lo sappiamo benissimo. Aspettiamo che la gente vada via e ci godiamo le gradinate vuote, poi in un manipolo effettuiamo un blitz negli spogliatoi con la squadra che si fa la doccia e alla fine andiamo.
Brindisi al bar, e c’è da decidere sul da farsi. Il tempaccio sconsiglia di unirci ai CvUltras, loro soggiovani e possono pure esporsi al libeccio della Frasca per un pomeriggio intero, noi siamo la gerontocrazia ultras della gradinata e decidiamo di scegliere… tramontana (il ristorante). Prima di partire, riceviamo la “soffiata”: la squadra, per il suo “pranzo dei guerrieri”, ha scelto la stessa sede. Ci mettiamo al tavolo di fianco a loro, brindisi e urlacci, ma i nostri si sentono poco che la voce è rimasta giù in città, ancora aleggia nel “Fattori” ormai deserto. Con Barone, col capitano, con Sasà, col mister, con tutti gli altri ci scambiamo tante battute ed abbiamo l’impressione che anche loro sappiano quanto abbiamo sofferto. Ci ha fregato Nicolucci: andato via per primo perché in televisione lo aspettava un certo Manichino, ha pagato lui anche per noi. Poi, fuori dal ristorante, la torcia con la quale volevamo affumicare la Braccianese non ha funzionato. Unico neo della giornata. Ma chissenefrega…