Il silenzio per gli innocenti
Una pausa di riflessione. Il silenzio vero, quello di decine di migliaia di persone che stravolgono la loro abitudine domenicale, violentano il proprio modo di vivere il calcio, pur di far comprendere che “così non si può più andare avanti” lo diciamo noi. Così anche la gradinata popolare di Civitavecchia, come tutte le altre curve e gradinate ultras d’Italia, terrà la sua voce nel cuore domenica prossima. Ci dispiace davvero non far sentire l’apporto di sempre ai ragazzi in campo, che contro il Torri in Sabina devono vincere. Come già successo però contro il Marta, quando ci fermammo per ricordare Michele e il suo assurdo sacrificio sul posto di lavoro, le corde vocali possono stare a riposo, perché è il cuore ad essere in tensione. Vogliamo far capire alla squadra e al suo allenatore quanto ci costa. E’ bene però che capiscano prima ancora il motivo, perché staremo in silenzio: non può passare il messaggio che uccidere gli ultras non siano reato, perché uccidere deve continuare ad essere reato, perseguito in forma omogenea sul territorio nazionale e possibilmente al mondo.
Violenza negli stadi? Parliamone. Il primo morto in Italia fu il signor Gisueppe Plaitano, tifoso della Salernitana ucciso nel 1963 da un colpo di pistola sparato “in aria” da un agente. Altri morti sono riconducibili direttamente ad interventi di polizia: Stefano Furlan, tifoso triestino, nel 1984, muore in seguito a lesioni cerebrali dopo una carica; e dopo una carica muore colto da infarto un cittadino bergamasco, Celestino Colombi, che non era neanche andato a vedere la partita (Atalanta-Roma del ’93); altra morte per infarto, con le stesse modalità, per il trevigiano Fabio Di Maio dopo Treviso-Cagliari del ’98. Nel 2003 invece Sergio Ercolano cade in un fossato prima di Avellino-Napoli: anche qui era in corso una carica. E tutta da chiarire è pure la dinamica della morte dello stesso ispettore di polizia Filippo Raciti, avvenuta il febbraio scorso per Catania-Palermo. Alla lista è andato ad aggiungersi, l’11 novembre, Gabriele Sandri. Non vogliamo criminalizzare tutte le forze dell’ordine, però è possibile far finta di nulla davanti ad uno stillicidio che dura da quasi cinquant’anni? Queste non sono vittime innocenti davanti alle quali chiudersi nel fermo silenzio di chi pretende la verità?
In tutto ciò, l’opinione pubblica nazionale è stata sapientemente (e colpevolmente) spinta a soffermarsi solo sui deprecabili assalti di Roma (che per quanto deprecabili sono stati comunque la reazione serale ad una giornata da vera Notte della Repubblica, con notizie false e omissioni degli organi ufficiali) e su un vetro rotto a Bergamo, colpevolizzando ulteriormente gli ultras, generalizzando, invocando pene esemplari invece di ragionare sulle radici dell’odio e sui pessimi risultati della stagione di repressione inaugurata negli anni ’90 e cresciuta fino a vietare striscioni, megafoni, fumogeni e bandiere (note armi di distruzione di massa…) nei maggiori stadi italiani.
L’ultima cosa che ci possono togliere è ormai la voce, quando non la vita.
Ecco, noi ultras di Civitavecchia ci allineiamo ai fratelli ultras di tutta Italia e domenica saremo, anche se solo per novanta minuti, come qualcuno vuole ridurci. Allora ai giocatori e all’allenatore diciamo: state con gli ultras, come gli ultras sono stati con voi dovunque siate stati, da Anzio a Nemi, da Santa Marinella a Rieti, incondizionatamente. Perché se continua così, tutte le domeniche saranno silenziose.